I miei primi giorni in Siria

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primi giorni in siria

Continua il racconto della mia esperienza in Siria. Qui trovate il primo articolo, in cui racconto di come tuto è cominciato, mentre qui trovate il racconto del mio arrivo.
In questo post invece vi parlo dei miei primi giorni in Siria, le mie prime impressioni ed esperienze che feci subito dopo il mio arrivo.

LA COLAZIONE

primi giorni in siria, colazione siriana

A differenza di quando mi trovavo in Italia, in Siria amavo moltissimo svegliarmi presto per fare colazione.
La mattina successiva al mio arrivo a Damasco, mi svegliai non troppo tardi ed entrai un po’ titubante in cucina dove c’erano Nail e la sua mamma, Janaan. Era un’anziana signora dalla faccia simpatica ed entrambi erano seduti al tavolo ad attendermi, per mangiare insieme. Sul piccolo tavolo della cucina c’erano numerosi piattini: alcuni contenevano olio, altri labne (una tipica crema piuttosto corposa ricavata dallo yogurt al quale vengono aggiunti sale, olio e foglie di menta), uova, formaggini, sale, za’atar (un misto di spezie essiccate tra cui origano e timo) , olive, pane arabo.
Poi c’erano dei piccoli bicchieri di vetro nei quali veniva servito il tè con la menta. La tipica colazione araba.

Non sapevo assolutamente da che parte cominciare, non c’erano posate e non avevo idea di cosa la tradizione locale imponesse di mangiare prima o dopo. Quindi chiesi all’anziana signora di spiegarmi. Lei però parlava solo in dialetto levantino (quello che si usa in Siria e dintorni) ma io non capivo una parola. Quindi decisi di imitarla.

Imparai che le posate non servono, perché si usa il pane per prendere il cibo, e che mangiare con le mani è una delle cose più belle del mondo. Sono convinta che certi piatti, mangiati con le mani abbiano un gusto più buono. In fondo se ci si pensa, usando le posate si assume un certo distacco dal cibo e si usano solo tre dei cinque sensi: la vista, l’olfatto ed il gusto. Quando si mangia con le mani invece, si aggiunge anche il senso del tatto e questo non può fare altro che rendere l’esperienza con il cibo più completa.

Mi resi presto conto che sia Nail che Janaan non parlassero quasi per niente l’inglese, quindi per farmi capire dovevo per forza sforzarmi di imparare la lingua. In fondo mi trovavo lì per quello, ma all’inizio mi sembrava un’impresa pressoché impossibile.

UN PO’ DI BUROCRAZIA

Trascorsi i primi giorni in Siria svolgendo le attività burocratiche necessarie per l’iscrizione ai corsi dell’Università di Damasco. Tra queste era richiesto un esame del sangue per verificare che non avessi malattie infettive come il virus HIV. Nel caso avessi avuto certe malattie, mi sarebbe stata negata l’iscrizione ai corsi. La cosa mi lasciò alquanto perplessa, ma trattandosi di un esame necessario, mi recai nell’ambulatorio indicatomi dalla segreteria universitaria per fare le analisi.

Lo studio medico si trovava in un palazzo circondato da case “a metà”. Ormai le chiamavo così. Erano tantissime le case incompiute, senza un tetto ma solo con i pilastri in cemento armato che fuoriescono dal pavimento del piano superiore. Erano talmente tante che spesso mi era difficile distinguere quali fossero ancora in costruzione e quali invece fossero semplicemente abbandonate a loro stesse ed in rovina.

UN PRELIEVO TRA LE MOSCHE

Anche l’ambulatorio non sembrava essere nuovo di zecca, c’era polvere e sabbia un po’ ovunque, l’intonaco si scrostava dalle pareti e piccoli sacchetti neri di immondizia erano accumulati negli angoli delle stanze.
Dopo aver consegnato alla segreteria i documenti necessari per richiedere il prelievo, un’infermiera mi fece accomodare in una sorta di sala d’attesa: un lungo corridoio con un’apertura, senza porta, che dava su di un piccolo cortile. Davanti a me c’era una porta con i vetri offuscati, e qualche scritta in arabo che non riuscivo ancora bene a decifrare.

Mentre mi stavo impegnando a leggere cosa ci fosse scritto sul pezzo di carta appiccicato con un po’ di nastro adesivo sulla porta, uscì dalla stanza un’altra infermiera che mi fece accomodare all’interno.
Cinque o sei bambini erano seduti sul pavimento con il cerotto sul braccio, qualche mosca si posava su di loro ed altre svolazzavano insistentemente intorno all’infermiera che con la mano cercava di mandarle via. Scatoloni polverosi pieni di scartoffie ovunque, box di plastica che contenevano fiale con all’interno il sangue dei vari pazienti. Il tutto in circa due metri quadrati.

Ad essere sincera avevo il terrore di fare il prelievo in quella stanza, perché diciamo che non rispettasse le norme igieniche alle quali siamo abituati in Italia, ma perlomeno riuscii ad assicurarmi che l’ago utilizzato fosse nuovo. Prima di farmi uscire, mi fecero sedere sul pavimento insieme agli altri bambini. Liberai così la sedia che sarebbe servita ad un nuovo paziente e mi fecero restare qualche minuto seduta per terra per sicurezza, in caso avessi avuto giramenti di testa.

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